La Regione Lazio mette a disposizione delle neomamme disoccupate 6 milioni di euro

Bandi, finanziamenti, premi e concorsi. Ogni settimana ti segnaliamo l’occasione da non perdere per dare vita (o una spinta) alla tua idea professionale.

Che cosa:
Si chiama “Contratto di ricollocazione – Tempi di vita” il nuovo bando promosso dalla Regione Lazio e dedicato alle neomamme (disoccupate con un figlio con meno di sei anni a carico) residenti nel Lazmamma-lavoro-casaio. Il finanziamento è di 6 milioni di euro e prevede un bonus occupazionale per le aziende e un bonus per le mamme per l’acquisto dei vari servizi per l’infanzia come: l’asilo nido, il babysitting, tagesmutter, ludoteca. L’obiettivo principale è favorire l’inserimento delle mamme nel mercato del lavoro. 

Le misure:

Il bando si rivolge a tutte le neomamme disoccupate residenti nel Lazio con almeno un figlio a carico di età inferiore a sei anni. Il numero massimo di destinatarie che possono beneficiare degli interventi è di 500. 

Come:
Per candidarti visita il sito della Regione Lazio.

Scadenza:
20 dicembre 2016

Per tutte le informazioni consultare il link ufficiale del bando.

Il progetto regionale “Maternità come opportunità”: il welfare aziendale nella Provincia di Ancona

Sono diverse le ragioni che stanno portando il welfare aziendale a divenire una pratica sempre più diffusa tra le imprese italiane. L’attivazione di pacchetti di welfare all’interno delle imprese è, a livello generale, alimentata sia dalla sfera privato-economica sia dalla sfera pubblico-statale: la prima concerne in modo particolare le organizzazioni economiche che, da un lato, stanno comprendendo e interiorizzando il loro ruolo sociale e, dall’altro, iniziano a intuire i vantaggi strategici del welfare aziendale; mentre la sfera pubblico-statale riguarda le istituzioni pubbliche, le quali cercano di alleggerire la spesa del welfare statale sostenendo l’intervento di attori privati attraverso sgravi scali e incentivi e
conomici. Come evidenziato da molti, però, il welfare aziendale sembra rimanere ancora appannaggio quasi esclusivo delle grandi imprese che dispongono delle risorse necessarie per attivare tali pratiche. Proprio per questa ragione, nel corso del tempo, sono sorti diversi progetti volti a consentire alle Pmi di offrire servizi di welfare ai dipendenti: la risposta emersa da numerose best practices è quella della costituzione di reti territoriali per l’implementazione di misure di welfare aziendale all’interno di piccole e medie imprese. A questo proposito, il contributo presenta i risultati di una ricerca qualitativa, svolta nel territorio della Provincia di Ancona, con la quale si sono volute analizzare iniziative di welfare aziendale sviluppate proprio tramite la creazione di reti e partnership tra imprese e tra imprese e altri attori che operano sul territorio. Queste iniziative, quindi, sono state esaminate non solo in relazione al ruolo giocato dalle imprese ma anche in base al ruolo degli attori del territorio, i quali hanno orientato in maniera sinergica la loro azione per la ricerca di un benessere condiviso con il territorio. Il caso presentato riguarda il progetto regionale “Maternità come opportunità”, per il quale la Regione Marche si è occupata di finanziare e sostenere le imprese che hanno scelto di attivare misure di conciliazione famiglia-lavoro. In linea generale, saranno descritti i casi realizzati nella Provincia di Ancona ponendo particolare attenzione al ruolo della Regione, la quale diviene la cabina di regia di un processo che si basa sull’interazione tra imprese e istituzioni pubbliche locali: in questo modo sono attivate forme organizzative complesse tra attori di diversa natura, i quali si coordinano per il raggiungimento di benessere condiviso. Continua a leggere “Il progetto regionale “Maternità come opportunità”: il welfare aziendale nella Provincia di Ancona”

La genitorialità come esperienza formativa

La genitorialità è un’esperienza che accresce le capacità individuali. Ne parliamo con Riccarda Zezza, cofondatrice di MaaM – Maternity as a Master, la piattaforma che si propone di valorizzare sul mercato del lavoro le competenze acquisite, da donne e uomini, nella cura dei figli

Erica Aloè
 Group Of Mothers With Babies At Playgroup

Da quando, negli anni sessanta del secolo scorso, Gary Becker [1] e Jacob Mincer[2] hanno presentato la loro teoria sull’offerta di lavoro individuale come una scelta razionale tra tempo dedicato all’attività di mercato e tempo dedicato al lavoro domestico, l’economia neoclassica ha cominciato a considerare la famiglia come un’unità produttiva e non solo di consumo. Ciononostante, le capacità acquisite nell’ambito domestico e familiare – come la preparazione dei pasti o la cura dei bambini e degli anziani – non sono mai state considerate al pari delle abilità lavorative e di conseguenza l’esperienza vissuta in questo contesto non è mai stata valutata sulla base del suo valore di mercato. Anzi, la donna che si allontana per un determinato periodo dal lavoro, per far fronte ai propri impegni di madre, si trova spesso al momento del rientro al lavoro a dover affrontare la svalutazione delle proprie capacità e, di conseguenza, anche delle proprie mansioni.

Il progetto “MaaM” (Maternity as a Master), ribalta drasticamente il modo di pensare la maternità sul lavoro e lo fa immaginando come le competenze necessarie alla cura possano essere portate fuori dall’ambito domestico. Autorevolezza, intensità di relazione, investimento continuo sull’altro, capacità di ascolto, strategie motivazionali sono tutte competenze che una donna può acquisire durante il proprio percorso di maternità e su cui le aziende potrebbero investire per aumentare la propria competitività. È questa l’intuizione dei due fondatori di MaaM, Riccarda Zezza e Andrea Vitullo, decisi a sfidare lo stereotipo che la maternità sia un punto di debolezza nel lavoro delle donne, e partendo proprio dal livello aziendale meno femminilizzato, vale a dire quello del management. Continua a leggere “La genitorialità come esperienza formativa”

La valenza formativa della maternità sul luogo di lavoro

Un articolo che illustra come il periodo della maternità può essere vissuto come un processo di formazione e sviluppo di nuove competenze e soft skills.

La generazione dei quasi-trentenni o dei poco-più-che-trentenni è certamente cresciuta con una serie TV che negli anni ’90 ha appassionato migliaia di persone: Friends. 10 stagioni nel corso delle quali i telespettatori hanno seguito da vicino le vicissitudini sentimentali, personali e lavorative dei sei protagonisti. In sottofondo un’America ruggente e senza l’ombra dello spettro della crisi economica.

klimtForse qualcuno ricorda che ad un certo punto della serie una delle protagoniste femminili, Rachel (Jennifer Aniston), abbandonata la carriera da cameriera, realizza il suo sogno di lavorare nel mondo della moda e viene assunta presso Ralph Lauren, dove inizia una carriera sfolgorante. Finché non rimane incinta. Finché perché, durante la maternità, viene sostituita da un giovane rampante che le fa capire senza tante cerimonie che durante la sua assenza farà di tutto per “soffiarle il posto”. E che i mesi durante i quali starà lontana dal lavoro saranno per lei una perdita di tempo, conoscenze e competenze.

Purtroppo, rispetto a 20 anni fa, tale concezione non è migliorata, forse è solo peggiorata. Il periodo in cui la donna si allontana dal posto di lavoro per la gravidanza viene ancora vissuto come un momento di impoverimento della sua professionalità, un ostacolo o un rallentamento lungo la sua carriera. Continua a leggere “La valenza formativa della maternità sul luogo di lavoro”

Se lasciarsi i capelli bianchi fa bene alla carriera delle donne

Smettere di tingersi i capelli per tornare al proprio colore naturale, il bianco. Per le donne non è solo una questione di stile. Ma una scelta cbignardiosì audace e fuori dagli schemi, spesso vista con sospetto da colleghe e amiche, da spingere la 51enne business editor del Financial Times Sarah Gordon a motivare la sua nuova capigliatura in un articolo..

«Non è stata una decisione facile», ha ammesso la giornalista. Perché se è vero che rispetto a 50 anni fa le donne hanno maggiori opportunità di carriera, migliori scelte riproduttive e più soldi, «quando si parla di capelli è come se gli anni Sessanta non fossero mai esistiti». A differenza degli uomini, che se canuti sono considerati spesso più belli e più sexy («George Clooney!» fa scuola), le donne che scelgono il naturale sono percepite come «meno dinamiche» sul lavoro. Oltreché più vecchie.

Le poche che l’hanno fatto sono le uniche a essere (sempre) citate come modelli. La 60enne direttrice del Fmi Christine Lagarde e, in Italia, la neodirettrice di Rai3 Daria Bignardi.

Dopo 25 anni di colore, anche Gordon ha deciso di dire basta. Per tre motivi: la preoccupazione per le varie sostanze chimiche contenute nelle tinture, la noia di dovere andare dal parrucchiere almeno una volta ogni 3 settimane e il costo dei trattamenti. Nonostante lo choc iniziale («O mio Dio, sembro mia madre!», è stata la sua reazione davanti allo specchio), di fronte al risultato finale i rimpianti stanno a zero. Perché i capelli bianchi (lo dice una ricerca citata nell’articolo) invecchiano una donna di appena due anni e perché sui siti di dating la versione all white di noi stesse «attrae di più» rispetto a quella artificiale.

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La maternità è un master che rende più forti uomini e donne

Da centinaisit maama di migliaia di anni, la natura lavora per affinare le capacità di cura delle madri, in funzione di preservare la prole e perpetuare e migliorare le specie. Già dalla gravidanza, il cervello della madre inizia a lavorare di più e in modo più efficace; quando il figlio arriva le energie aumentano: nonostante il carico di lavoro e di responsabilità, nonostante la mancanza di sonno, il genitore sviluppa una sensibilità speciale, quasi dei “super poteri”.

Non lo dicono le madri, lo dicono studi antropologici e scientifici e lo può sperimentare chiunque, anche senza procreare.
Non è infatti l’atto generativo ad innescare il cambiamento, ma l’esperienza di cura.

Immaginiamo ora di portare le competenze necessarie alla cura fuori di casa, per esempio sul lavoro: autorevolezza, intensità di relazione, investimento continuo sull’altro, capacità di ascolto, strategie motivazionali. Continua a leggere “La maternità è un master che rende più forti uomini e donne”